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Per scrivermi missive, liste della spesa, insulti, ammissioni di colpevolezza, reportage di voli pindarici : ieratica@yahoo.it

---------------------------GENNAIO---------------------------------------

MANTRA:

MANTRA "You cannot be lonely if you like the person you are alone with" (Wayne Dyer)

-----------------------------

INTUIZIONE:

Una persona con cui poter aprirsi sempre o più persone con cui aprirsi in modi diversi a sprazzi. Fate come volete, ma non chiudetevi mai per troppo tempo.

-----------------------------

AZIONE:

Per restare in ascolto delle anime, iniziare da esercizi banali di riconoscimento di rumori di oggetti, suoni della natura, e così via.

------------------------------

MUSICA:

Blur "All the people- Live at the Hyde Park" / Marianne Faithfull "Broken English" / Tom Waits "Glitter and doom Live"

-----------------------------------

SPESA:

Arance, insalata e mirtilli per fare una bella insalata di arance e mirtilli (sembra tautologico ma è invece solo insistente in modo salutare). Verdura: barbabietola, broccolo, carciofo, cardo, catalogna, zucca. Frutta: actinidia (kiwi), arancio, mandarino, mandarancio, limone, pompelmo, mela, pera, frutta secca. Pesci: spigola, sogliola.


 

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Poesia pagana
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3 gennaio 2010

Domanda dolce


Vieni. Ho detto vieni.
Il mio è un richiamo amoroso
e dunque non c'è tappo al timpano,
tappo al timpano non ce n'è.
Vieni. Ho detto ammaliante
davanti al tronco pieno di iniziali,
vieni, lo dico di notte,
con le mani a preghiera
e le lenzuola in mezzo.
Vieni. Ho detto fuorviante.
Ho detto brindando
contro la mia spalla,
poggiando il calice sulla clavicola,
l'ho detto come minaccia e assoluzione,
con le braccia aderenti al petto,
incrociate come una carta di spade.
Ho detto vieni.
Lo dico ululando all'alba,
lo dico pensandoti le labbra.
Ho detto
e non si può resistere,
non c'è niente che ti tenga immobile,
tutto spinge all'azione,
non lo sto chiedendo a te
essere umano che fiotta,
sperma, beve, mangia.
Lo chiedo al fottìo di stelle
che cambiano rotta
lo chiedo allo zodiaco,
agli astronomi,
al calendario,
al frate,
alla pulla nell'orto,
al cotechino da scotennare,
alle erbe da terapia,
agli infusi.
Agli avi di antica memoria.
Davanti a loro mi inginocchio e
dimando se vedono
quanto bene le labbra aderiscono,
quanto amore si farebbe
mentre gli alberi rinnovano il colore.
Tu per il mare di folla,
io sirena metropolitana.
Sotto la Luna io ballo
il mio pensiero languido,
lo ballo da sola,
con trasporto.
Il mio walzer triste,
la mia domanda dolce.

                                                                                                  
                                                          Elisa Cappelli


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permalink | inviato da Kalix il 3/1/2010 alle 11:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa

18 novembre 2009

Concima

Pensi di mandarla via
e pensi di mandarla via
con una botta di sole,
un ingrediente segreto
che non ha i nomi del Disastro.
Tu pensi di averne abbastanza e
pensi che l'Equilibrio sia privo di Delirio.
Tu pensi che
se raggiungi quelle cima,
poi vedi tutto dall'alto.

Invece io l'immagino,
la donna più felice del mondo
che sorride in bilico dalla punta della montagna
e con una parte di faccia
piange.
Invece io me lo immagino
l'uomo più felice del mondo
che munge un animale
e intanto anche le lacrime scendono come latte.

Tu pensi che sia privo di melanconia
il vero splendere,
invece rifulgo
in questa cosa che non so cosa sia,
questa cosa per cui nessuno può fare nulla
e io nemmeno voglio.

Tu pensi che scrivere questo. Uff inutile uff superfluo.
Invece serve a noi sofferenti,
a noi romantici,
a noi storditi da sensucht.
Invece hai ragione tu e non serve a niente.

Qui la provvisorietà vince sempre e spesso.
Qui, oltre questo confine, si parla con gli animali.
Qui si ride per mezz'ora e poi
si fanno le capriole coi giramenti di testa fuori in giardino.
Qui si prende tutto quel che c'è o si va a risparmio,
qui si leccano le briciole.
La sera dopo cuociamo una pannocchia e
si sta fino a mezzanotte a tirarle nella bocca dell'altra persona.

E questa cosa ci sembra molto vicina all'idea di Amore.

Il bambino più felice del mondo prova pose di immobilità assoluta,
esercita la mira tirandosi la torta in faccia
poi si rigira
nel letto
e pensa a una favola
dove la principessa diventa tiranno
e la solitudine è una specie di fatina
con il cappello come lo aveva Bogey.
Si esprime a rantolii di dolore e trilli di euforia,
questa fatina che va con tutti,
con se stessa soprattutto,
si fa il sesso
prima che venga il tramonto.

Io ti auguro un momento in cui toglierai quel sorriso forzato
in nome di una gloriosa espressione enigmatica.
Che ti si affacci sul viso come un rampicante colorato.

Non che voglia tirarti nella merda.
Ma la merda concima bene.

31 ottobre 2009

Amore ossimoro


Richiami di vita per vedere cosa cambia se taglio il capello se muovo una paglia se tolgo, levo e lo ficco nella carne se a quel punto la carne sanguina e se la carne sanguina allora vuol dire che sono in vita, come è successo con la pelle pizzicata per svegliarmi dall'ennesimo incubo che mi ha fatto sudare e mi ha arricchito di una cicatrice o di una ruga.

Allora vuol dire che non abbiamo sognato, che le fusioni le abbiamo fatte.

Fondersi bene.

E se ricordi ancora un pezzo della tua vita, prima che io ci fossi, quel pezzo, quella porzione, tienila stretta, tienila come un dente che porta guadagno.

Pensami così, come una cosa che prima non c'era.

E a un certo punto è entrata.

Come io neanche so se tu essere umano saprai dirmi e darmi.


Non voglio stare supina sulla vita e spero che anche tu, quando andrò giù, potrai prendermi e ritirarmi.

I viaggi negli inferi li faremo insieme.

Potremmo prendere e voltarci quando ci pare, creando miti nuovi, creandoli noi.

Non mettendoci solo dietro a un carrello per decidere come ingrassare, ordinare, come appassire.


Io spero per te di non essere una scoria, di non esserlo mai. Spero di essere qualcosa che ti mineralizza e ti unisce alla vita. Non te la tolgo, non te ne tolgo, ma la nobilito.


Avrò la tentazione di fare di te un qualcosa che posso controllare, avrò da ridire su quella camicia e tu saprai che le cose preferisco mangiarle col cucchiaino piccolo, non prendere quello grande al mattino. Faremo litigate per cose piccole. Che la porta era meglio scorrevole. Ci azzufferemo per cose idiote, come la corrente che tira dentro casa. Avremo un gatto, quando sarà vecchio vomiterà molto. Ne prenderemo un altro. Vomiteranno entrambi per vicendevole gelosia. Quando il primo morirà mi starai vicino, e io per il secondo.


Saremo costretti a immobilità traumatiche nate da piccola e improvvisa morte data da civiltà. Avremo ospiti cui dare cortesia, ci stancheremo di averli in casa anche durante la cena e allora io spero in un tuo sguardo d'intesa. Non ti arrabbierai perché il pane non sarà fresco.

Compiremo la fusione ancora.

Spero che ci sarà un momento in cui i nostri brindisi ci sembreranno sempre uno nuovo e gli altri andati non saranno sporia o vecchie promesse non mantenute. Io spero che non ti stancherai mai di sapere perché ho questa o quella cicatrice.

Soprattutto, spero di sentirti raccontare, sempre, sempre, raccontami sempre di te. Spero che saprai anche molto di me: no questo lei non lo vorrebbe o questo insieme potremmo farlo.

io camminando ti immaginerò con le maniche della camicia entrambe abbottonate. Nel mio cuore avrai il sorriso smagliante anche cadendo, ti sceglierò anche per questo, per il sorriso cadendo. Ci stringeremo tra le gambe e useremo gli arti. Non sarà un'improvvisa fiammata.


Spero che avremo quella forma salda di passione, spero in un amore ossimoro. Ecco, io spero che il nostro sarà un amore ossimoro. Spero cioè che noi potremo avere la vampata al mattino e l'abitudine alla sera, e poi di nuovo capovolgere, avere il carnevale al mattino e il natale per aperitivo.

Quattro saltelli con la befana prima di andare a dormire e una maschera di Halloween per togliertela e vedere quanto mi piaci ancora. Un cicchetto con cristo morto e risorto, hip hip urrà per maometto e un po' di sano digiuno insieme al buddha prima che la luna ululi.

Spero che, se quel giorno, ci andrà, ruberemo due cappelli e ci sembrerà di essere a Parigi.

Io spero che ricuciremo insieme anche bottoni che si tengono benissimo. E spero che rideremo delle cose.


Io spero in una piccola mattonella, lo dico con i piedi tutti e due uno sopra all'altra, io spero che tu potrai vedermi e riconoscermi da dietro e spero che io toccherò quel naso sapendo che è tuo e non mi sbaglierò sui tratti che sono comuni agli umani, saprò anche riconoscere i tuoi denti. Io spero che vedremo insieme tanti sassi e li scambieremo per coralli.

Questa poesia o non so come dire cosa sia, forse non sarà inutile, perché molti forse poi vorranno amarsi come noi. E non ci vorrà il 2012 per pensare di non ritrovarci inghiottiti dai conservanti, il non ascolto e la chimica.


Pagheremo comunque molto caro lo sfratto alla natura.


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permalink | inviato da Kalix il 31/10/2009 alle 10:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

21 dicembre 2008

Faccende di cosa nostra



T'ho lasciato vicino alle mani

una boccetta di sudore,
uno sguardo da diva.
Ficcateli nel fianco.

T'ho lasciato vicino al cuore un pezzo di pane,
se lo sono divorato gli altri organi tuoi
ché avevan fame.
T'ho inzozzato la gola di parole
fino a riderti dentro al polmone,
riderti nel rene.
C'è un dito di polvere
sul coso, sul pene.


T'ho lasciato vicino al fornello
un pezzo di memoria,
un altro è sotto i denti gialli del gatto,
un altro ancora
tra gli acari del tappeto.

Incastrali per bene.

T'ho lasciato in un involucro di vetro
il mio piede veloce e
il muscolo stanco,
tra tutti, il più stanco.

Guarda bene dentro al frigo,
ci siamo noi
verdi di puzza,
putrefatti di scadenza.

Guarda bene in credenza,
c'è una ricetta scritta in ebraico,
e un'unghia mia,
per farti godere.

T'ho lasciato in forno
il mio "ah!" nel letto
mentre fuori piove,
io che mi dimeno come un insetto,
t'ho lasciato in forno
il nostro coito perfetto.

T'ho lasciato un libro senza copertina,
un pompelmo di mattina,
una suora in cantina,
un erotogelatina.
 
                                                                         


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permalink | inviato da Kalix il 21/12/2008 alle 17:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

18 novembre 2008

Il vestito della Domenica, quello buono, costa troppo

Che se poi ti vengo a cercare
spero io di trovarti
al mercato degli organi
o a sceglierti un nome nuovo
e un cognome
mentre Mangiafuoco ti processa
e finisci alla sbarra insieme
alla sgualdrinetta, che fessa!,
la sgualdrinetta dello Schiaccianoci.

Mi batto da mesi
con speranze di poco successo
e fitte voci
che aizzano pressioni sulla giuria
fatta di medici, macellai,
pagliacci e ceceni.

Mi batto da mesi
il petto
davanti all'altare dei beni,
spezzando i reni
per la proprietà privata
mentre Napoleone ridacchia
dal codice civile
con la mano sul cuore.
Gli eremiti hanno meno rate,
le cortigiane doppie vite edulcorate,
i cicisbei voglion le sculacciate.
Alla vita di corte
non si rinuncia mai del tutto.
Alla vita di corte
il Re decide il lutto.

Mi hanno insegnato le buone maniere;
non è stata la regina di Francia,
ma mi sarebbe piaciuto parecchio.
Non indicherò Gesù, cristo!, come eroe,
nemmeno Elvis.

Piuttosto,
il manovale e la donna in carriera,
il ballerino e la cameriera.

Piuttosto,
chi ancora stampa libri;
ore piccole davanti alle bozze,
ore di fuoco se il manoscritto vale
e le parole vanno a  nozze.
Faccende, fatiche,
sudore spirituale;
faccende, fatiche,
grinta da cacciare.
Perché il mondo
dopo un testo,
dopo un testo
il mondo
non è più fermo,
non è più uguale.

                                                                     

3 agosto 2008

Non s'alza

Non s'alza

Vorrei aiutarti ma non so come si fa
metto le dita in bocca
e c'ho paura pure della pioggia
che invece fa bene ai campi
e sono una mula e so che non sto cercando,
non sto cercando davvero.
Vorrei aiutarti ma la busta della spesa
è troppo pesa,
vorrei aiutarti ma il pc è rotto
e mi pare scoppi anche la testa
se di testa si può parlare
e non di croce,
non Benedetto,
non Amen,
non Spirito Santo, 'na botta e via,
tutti happy e così sia.
                                                  


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31 luglio 2008

Le profetesse non svengono con gli occhi cavi

I muscoli che mi reggono
svengono spesso,
proprio vado giù
come una cazzo di profetessa,
proprio giù al pavimento,
la fine è la stessa.

Sarà successo almeno
tre altre volte
d'afflosciarmi come un birillo,
la prima-mi pare-
accompagnata da uno strillo,
avevo questa camicia viola
ed ero con gente onnivora, volgare
tant'è che
ho dovuto far finta che nulla fosse
offrire il caffé,
coprire tutto con la tosse.

Le vertebre crocchiano come
insetti sotto un vocabolario,
quegli insetti verdi
che a schiacciarli
arriva il tanfo
tutto il tanfo
dei piccoli animali.

La seconda-mi pare-
ero sul bidet,
già pronta
sudavo sul lavabo
a gambe aperte
in un lamento raro.

I muscoli che mi reggono
svengono spesso,
prima s'offuscano i lumi,
cede tutto.
Dopo
rombano le orecchie
e io so solo dirmi
come in quelle filastrocche vecchie
"scrivi!"
col collo ancora torto
e la tensione ai tendini,
le mani come seppie,
gli scalini- pericolo!- vicini,
in mente solo
quel papè Satan aleppe.

                                                         


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28 luglio 2008

Lamento di scudo ammaccato

Io ti aiuto
ti faccio collimare le manine
i polpastrelli coi miei
io ti aiuto
ti butto fuori l'anima ma
dai spazio al mio forcipe
l'ho costruito con un legno vecchio
e qualche lacrima di passato,
quelle gocce salate
che andrebbero chiamate dejà-vu.
Io ti aiuto
ti imprimo la forza e lascio andare
quello che ti rende lenta
disarmata come un dito
colto nella marmellata.

                                                                      
Io ti aiuto
ma non lo so fare
e resto sempre
con queste api in testa,
col chiavistello al cuore,
con la mia vita e
ti nascondo quando non sfavilla
pur di pensare che può andare
che una risata il cielo la merita
una risata tua,
prima che piova forte,
prima che le rane si abbattano
per giocare a biliardo sulla sciagura
ma tu ricorda che
la tempesta è vita,
ricorda che la grandine
è acqua
e come l'acqua
dura.

                                                        


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26 luglio 2008

Imparare dagli anfibi

 Ad un certo punto
in un anfiteatro romano
l'epifania
di organi di scorta
averne quando
il fiato manca.

E invece no,
s'ingrigisce,
arruginisce
anche peggio dei pesci
cui ho cucito la bocca-
sono i pensieri-
i pesci nell'acquario di camera mia,
sfidano i sassetti,
le conchiglie,
sfidano me
quando li imbocco.
Mangiano merda,
cancrene mie,
cancrene nostre.

Ho pensato in un parco romano
che siamo esseri di terra,
l'ho pensato guardando
una vacca grassa
correre con le cuffiette,
sudata come resina,
traballante come mousse.

Mangiamo fagioli
e ci si gonfia la pancia,
ci appostiamo per vedere
se è vero che i vecchi
vanno con le rumene.

Io non so dove ci porta
l'esser
così tanto
mammiferi;
sdraiarci al sole
e dormire per essere belli,
scopare pur di essere belli,
alzarsi al mattino come rastrelli,
vomitare per specchiarsi,
parlare tanto per ascoltarsi.
Io non so dove ci porta
questo fottersi, l'amarsi.


                                               


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