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Domanda dolce


Vieni. Ho detto vieni.
Il mio è un richiamo amoroso
e dunque non c'è tappo al timpano,
tappo al timpano non ce n'è.
Vieni. Ho detto ammaliante
davanti al tronco pieno di iniziali,
vieni, lo dico di notte,
con le mani a preghiera
e le lenzuola in mezzo.
Vieni. Ho detto fuorviante.
Ho detto brindando
contro la mia spalla,
poggiando il calice sulla clavicola,
l'ho detto come minaccia e assoluzione,
con le braccia aderenti al petto,
incrociate come una carta di spade.
Ho detto vieni.
Lo dico ululando all'alba,
lo dico pensandoti le labbra.
Ho detto
e non si può resistere,
non c'è niente che ti tenga immobile,
tutto spinge all'azione,
non lo sto chiedendo a te
essere umano che fiotta,
sperma, beve, mangia.
Lo chiedo al fottìo di stelle
che cambiano rotta
lo chiedo allo zodiaco,
agli astronomi,
al calendario,
al frate,
alla pulla nell'orto,
al cotechino da scotennare,
alle erbe da terapia,
agli infusi.
Agli avi di antica memoria.
Davanti a loro mi inginocchio e
dimando se vedono
quanto bene le labbra aderiscono,
quanto amore si farebbe
mentre gli alberi rinnovano il colore.
Tu per il mare di folla,
io sirena metropolitana.
Sotto la Luna io ballo
il mio pensiero languido,
lo ballo da sola,
con trasporto.
Il mio walzer triste,
la mia domanda dolce.

                                                                                                  
                                                          Elisa Cappelli

Pubblicato il 3/1/2010 alle 11.23 nella rubrica Poesia pagana.

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